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	<title>Siamo come siamo</title>
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		<title>Siamo come siamo</title>
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		<title>Angelucci, la famiglia azienda che unisce Fini e D’Alema</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 09:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolinux</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un gruppo da 500 milioni di euro
e l’ombra di un’inchiesta
per tangenti in Puglia
PAOLO BARONI &#8211; LaStampa.it
ROMA
Certo il capostipite, il dominus indiscusso del gruppo, è Antonino, ma a Roma tutti li chiamano al plurale: gli Angelucci. Ovvero l’onorevole Tonino, eletto la scorsa primavera in Lombardia tra le fila del Pdl, ed i suoi tre figli: Giampaolo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=itaglia.wordpress.com&blog=1620253&post=7&subd=itaglia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="catenaccio" style="padding-top:12px;padding-bottom:12px;"><strong>Un gruppo da 500 milioni di euro<br />
e l’ombra di un’inchiesta<br />
per tangenti in Puglia</strong></div>
<div class="sezione">PAOLO BARONI &#8211; <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200807articoli/35102girata.asp">LaStampa.it</a></div>
<div class="articologirata">ROMA<br />
Certo il capostipite, il dominus indiscusso del gruppo, è Antonino, ma a Roma tutti li chiamano al plurale: gli Angelucci. Ovvero l’onorevole Tonino, eletto la scorsa primavera in Lombardia tra le fila del Pdl, ed i suoi tre figli: Giampaolo, classe 1972, il più attivo nel gruppo, ed i gemelli Alessandro e Andrea di due anni più grandi. Loro sono i «re» della sanità romana, titolo che da anni si contendono con altri big del settore, da Ciarrapico ai Garofalo. Oggi il gruppo, che fa capo ad una società domiciliata in Lussemburgo, la Tosinvest sa, vale 500 milioni di euro di fatturato di cui 200 arrivano dal settore della sanità, dalle cliniche alle residenze per anziani.</p>
<p>La storia di questa famiglia-azienda inizia all’incirca una trentina di anni fa quando Angelucci senior dismette i panni di portantino dell’ospedale San Camillo per rilevare assieme ad altri soci una casa di cura a Velletri. Di lì in avanti è tutto un crescendo. Sul fronte degli affari come delle amicizie politiche. Che spaziano da An (il fratello di Fini, Massimo, è da oltre 20 anni ai vertici di Tosinvest Sanità) agli ex Ds, a cominciare da Massimo D’Alema. Una relazione questa che risale ai tempi dell’ingresso nel capitale dell’«Unità» in tandem con Alfio Marchini e dell’operazione che portò la Tosinvest a rilevare debiti e palazzi dell’allora Pds salvando Botteghe oscure dal crack.</p></div>
<div class="articologirata">
<span id="more-7"></span>Al centro dell’impero c’è la cassaforte domiciliata nel Principato che mantiene la denominazione storica del gruppo, Tosinvest, sigla formata dalle prime due lettere (To e Si) dei nomi del fondatore Tonino e della sua prima moglie, Silvana Paolini. In Italia operano invece 5 sub-holding: una per le attività finanziarie, due società immobiliari, una nel settore editoria ed una per le attività sanitarie. Quest’ultimo, da sempre, è il core business del gruppo che in tutto conta su 25 strutture (13 nel Lazio, 11 in Puglia ed una in Abruzzo), 3000 posti letto, 2300 dipendenti (sui circa 4000 dell’intero gruppo) e 1000 medici. A guidarlo sono due manager esterni: Carlo Trivelli (presidente del Gruppo San Raffaele) e l’ad Antonio Vallone.</p>
<p>«La nostra idea &#8211; spiegava tempo addietro Gianpaolo Angelucci &#8211; è gestire le sanità come un’impresa». Cercando di crescere di dimensioni per aumentare le sinergie ed i margini di guadagno e partecipando «a tutte le gare per l’affidamento ai privati della conduzione dei centri di cura». Quella per una serie di residenze per anziani in Puglia, però, ad oggi si è rivelata un boomerang: Angelucci jr. è stato infatti accusato di aver versato una tangente da 500 mila euro («un contributo elettorale, è tutto in regola» spiegarono i legali del gruppo il giorno dell’arresto) all’allora presidente della Regione Raffaele Fitto. In più la magistratura, che ha da poco chiuso le indagini, ha disposto il sequestro di beni della Tosinvest per 55 milioni di euro, poi ridotti a sei.</p>
<p>Per crescere ed espandersi, decisivi sono stati gli investimenti finanziari. Una attività, questa, che è servita a cementare il rapporto con un banchiere del calibro di Cesare Geronzi, ma soprattutto a produrre ricche plusvalenze. Il primo passo è stato l’acquisto di Cofiri in tandem con Merloni, quindi l’ingresso nel capitale del Mediocredito centrale e poi, quando questo è stato assorbito da Capitalia, l’ingresso nel patto di sindacato della banca romana. Ed infine l’ingresso nel capitale di Unicredit in seguito alla fusione Unicredit/Capitalia. Al momento di liquidare la sua quota la Tosinvest si è così ritrovata con ben 430 milioni di euro di liquidità in più in cassa.</p>
<p>I giornali sono un’altra grande passione di famiglia. «Per quanto mi riguarda &#8211; ha dichiarato nel 2003 Giampaolo a “Prima Comunicazione” &#8211; personalmente cerco i giornali perché mi piacciono, mi interessano». Come dire: chi ci accusa di usare la stampa per entrare nelle grazie dei politici si sbaglia di grosso.</p>
<p>Dopo una prima puntata nel capitale dell’Unità, da cui sono usciti nel 2000, sotto l’ombrello della Tosinvest oggi troviamo due testate: «Libero», il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che ogni giorno vende in media 130 mila copie, ed il più piccolo, ma non meno dinamico, «Riformista». Risale allo scorso anno il ritorno di fiamma per il quotidiano dei Ds, per il quale Tosinvest aveva messo sul piatto ben 17 milioni di euro. Sfumata questa operazione, per l’ostilità manifesta della redazione e le tante pressioni politiche, gli Angelucci hanno deciso di puntare tutte le loro carte sul «Riformista» senza escludere però l&#8217;apertura di nuovi dossier. Dopo l’estate, intanto, partirà il rilancio del giornale diretto da Antonio Polito, che aumenterà foliazione ed organici e per il quale è previsto un investimento di circa 10 milioni di euro.</p>
<p>Il gruppo in questi anni è cresciuto in maniera vorticosa e per certi versi anche un poco disordinata. Per questo dall’inizio dell’anno gli Angelucci hanno deciso di razionalizzare la struttura societaria, procedendo ad una serie di fusioni e a ridenominare alcune delle società più importanti. L’obiettivo, spiegano nel quartier generale di via Marche, è quello di snellire l’intera struttura, renderla più flessibile e ottimizzare l’apporto dei vari rami. Oggi le attività italiane sono ripartite in 5 distinte società alcune delle quali hanno perso per strada il riferimento a Tosinvest (così come dalla cassaforte lussemburghese è scomparso il cognome di famiglia): l’ex Tosinvest Italia, proprietaria di cliniche, appartamenti e terreni a Roma, Viterbo, Cassino e Sulmona) è così diventata «Ti sas» e la Tosinvest Immobiliare si è trasformata in «Sviluppo e investimenti immobiliari». A queste si aggiungono la «Tosinvest Real Estate spa», nata nel 2007 per gestire strutture sanitarie, immobili di pregio e uffici, e «Tosinvest editoria». L’obiettivo, adesso, è quello di arrivare a quotare il gruppo in Borsa. Se ne era parlato del 2008, ma poi non se ne è fatto nulla. Questo però assicurano al quartier generale di via Marche resta «nell’ordine delle cose».</p></div>
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		<title>Altro che bufale&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2008 20:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolinux</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Concimi, sostanze cancerogene, acqua, zucchero, acido muriatico e solo un quinto di mosto. Con questo miscuglio sono stati prodotti 70 milioni di litri di vino a basso costo. Venduti in tutta Italia. Non so se è chiaro: 70 MILIONI DI LITRI. L&#8217;indagine è in corso e, per ora, i nomi non vengono fatti&#8230;

Una inquietante inchiesta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=itaglia.wordpress.com&blog=1620253&post=6&subd=itaglia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Concimi, sostanze cancerogene, acqua, zucchero, acido muriatico e solo un quinto di mosto. Con questo miscuglio sono stati prodotti 70 milioni di litri di vino a basso costo. Venduti in tutta Italia. Non so se è chiaro: 70 MILIONI DI LITRI. L&#8217;indagine è in corso e, per ora, i nomi non vengono fatti&#8230;</p>
<p><span id="more-6"></span></p>
<p>Una inquietante inchiesta de <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Benvenuti-a-Velenitaly/2011967//0">L&#8217;Espesso</a>. Navigando nel web, segnalo anche un&#8217;illuminante trasmissione di <a href="http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90204,00.html">Report</a> di qualche tempo fa sul vino e un approfondimento dei vicini <a href="http://www.rtsi.ch/trasm/falo/welcome.cfm?idg=0&amp;ids=955&amp;idc=5435">svizzeri</a> sull&#8217;olio di oliva.</p>
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		<title>Itaglia</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 10:09:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolinux</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
[via marco boschini]
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://itaglia.wordpress.com/2008/02/14/itaglia/"><img src="http://img.youtube.com/vi/EDAAOWBsPyw/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p>[via <a href="http://www.marcoboschini.it">marco boschini</a>]</p>
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	</item>
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		<title>Videopoker: 100 miliardi non riscossi</title>
		<link>http://itaglia.wordpress.com/2007/08/31/videopoker-100-miliardi-non-riscossi/</link>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 12:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[tutto qua]]></category>

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		<description><![CDATA[Altro che tesoretto. C’è un tesoro da quasi cento miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso, nel mega business delle macchinette videopoker e dei giochi. Tre Finanziarie. Lacrime e sangue che potevano essere risparmiati agli italiani solo garantendo il rispetto delle regole. È scritto nero su bianco nella relazione di una supercommissione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=itaglia.wordpress.com&blog=1620253&post=4&subd=itaglia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Altro che tesoretto. C’è un tesoro da quasi cento miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso, nel mega business delle macchinette videopoker e dei giochi. Tre Finanziarie. Lacrime e sangue che potevano essere risparmiati agli italiani solo garantendo il rispetto delle regole. È scritto nero su bianco nella relazione di una supercommissione di esperti, guidata dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e dal generale della Finanza Castore Palmerini, finita sul tavolo del viceministro Vincenzo Visco.</p>
<p><span class="articolo_h2">L&#8217;inchiesta scoop de <a href="http://www.ilsecoloxix.it/italia_e_mondo/view.php?DIR=/italia_e_mondo/documenti/2007/05/31/&amp;CODE=36c59112-0f50-11dc-9dea-0003badbebe4" target="_blank">Il Secolo XIX</a>, di </span><span class="articolo_autor">Marco Menduni e Ferruccio Sansa</span> [maggio 2007]</p>
<p><span id="more-4"></span></p>
<p>Ma l’aspetto più allarmante è che, secondo il Gruppo antifrodi tecnologiche della Guardia di Finanza, parte di questo denaro è finito dritto dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Di Cosa Nostra, soprattutto della cosca di Nitto Santapaola. Sotto il naso di chi avrebbe dovuto controllare: i Monopoli di Stato. E ora su questo scandalo indagano gli uomini migliori delle Fiamme Gialle, la procura della Corte dei Conti a Roma, diverse procure in tutta Italia (Venezia, Bologna e Roma). Un mosaico che si sta ricomponendo.</p>
<p>Un’inchiesta che si riferisce soprattutto agli anni 2004 e 2005, ma la situazione non è cambiata: «È da segnalare a tutt’oggi &#8211; scrive la Commissione &#8211; il permanere di una percentuale (anche questa “testimoniata”) di apparecchiature che dovrebbero essere in rete e che invece non vengono rilevate». Un’inchiesta svolta non senza pericoli, lasciano intendere i finanzieri. Ma alla fine la tradizionale conferenza stampa non si fa. Bloccata «per ordini superiori» all’ultimo istante.</p>
<p>Tutto è rimasto &#8211; almeno per adesso &#8211; sotto silenzio. E uno dei commissari rivela al Secolo XIX: «Pensavamo che questa relazione fosse un’autentica scossa. Invece se n’è parlato pochissimo e la parte relativa alla criminalità organizzata è praticamente “scomparsa”».</p>
<p>Marco Menduni e Ferruccio Sansa de IL Secolo XIX ai microfoni di Radio19</p>
<p>La relazione della commissione d’indagine</p>
<p>Macchinette sotto accusa</p>
<p>Secondo la relazione della Commissione di Indagine (chiusa il 23 marzo scorso) il fiume di denaro esce dagli apparecchi che, per la legge, dovrebbero essere collegati via modem con il cervellone della Sogei (la Società Generale di Informatica che si occupa di controlli sul pagamento delle imposte): una rete di controllo.</p>
<p>Così dovrebbe essere possibile verificare l’ammontare delle entrate e chiedere il pagamento delle imposte. In teoria. In realtà il business, secondo la Commissione, nasconderebbe una delle più grandi evasioni d’imposta e di sanzioni non pagate della storia della Repubblica. Scrivono gli esperti: «Per il 2006, secondo i dati dei Monopoli, a fronte di un volume di affari (ovvero la “raccolta di gioco”) pari a circa 15,4 miliardi di euro (di cui la quasi totalità derivante da apparecchi con vincite di denaro), vi è stato un gettito fiscale pari a 2 miliardi e 72 milioni di euro con circa 200mila apparecchi attivati».</p>
<p>Tutto a posto? Neanche per idea: «L’effettiva raccolta di gioco sarebbe di molto superiore alla cifra citata. Secondo stime della Finanza (in sostanziale accordo con le testimonianze di vari operatori del settore), la predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro». Come dire: il trecento per cento della somma “ufficiale”. Possibile? Sì, perché i due terzi delle macchinette non sono collegate alla rete di controllo, assicurano gli investigatori della Finanza, il Gat guidato dal colonnello Umberto Rapetto.</p>
<p>La “montagna” dei videopoker”</p>
<p>L’esempio più clamoroso arriva dalla Sicilia. La legge dice che i videopoker non collegabili alla rete di controllo devono essere chiusi in un magazzino. Bene: nel Comune di Riposto, in provincia di Catania (13.951 abitanti), nei locali di un solo bar di cinquanta metri quadrati sarebbero state depositate, in un solo giorno, 26.858 macchinette. Secondo un’elaborazione della Finanza, accatastate una sull’altra raggiungerebbero l’altezza del vicino Etna.</p>
<p>Il Secolo XIX ha visitato il bar di Riposto e il reportage si può leggere a pagina 2. È logico pensare che gli apparecchi “scollegati” siano stati utilizzati altrove, al di fuori di ogni verifica. Scrive la Commissione: «Dai dati forniti dagli stessi Monopoli emerge un numero esorbitante di apparecchi collocati in magazzino (40 mila) che, in realtà, potrebbero essere in esercizio senza connessione alla rete».</p>
<p>I controlli colabrodo</p>
<p>D’altra parte è difficile pensare che anche le verifiche siano state davvero incisive. Una “perla” di quel che è accaduto affiora dalla prima bozza della relazione, dove si racconta: «Nel corso degli accertamenti è risultato che, tra i funzionari verificatori “tecnici” fosse incaricato un “ingegnere” che risulterebbe essere stato condannato per usurpazione di titolo».</p>
<p>Ma la commissione guidata dal sottosegretario spara a zero su tutta la catena dei controlli. E non basta. Sul “malfunzionamento” del sistema «ha inciso anche la cattiva volontà di qualche concessionario scorretto, che, svolgendo contemporaneamente la funzione di controllore e di controllato, non aveva alcun interesse a collegare le macchine alla rete».</p>
<p>Le critiche ai Monopoli</p>
<p>La relazione della Commissione ripercorre punto per punto il fiume di denaro. Indica tutte le possibili perdite. E usa parole certo non indulgenti nei confronti dell’Agenzia per i Monopoli di Stato. «Nel corso dell’indagine sono sorti alcuni interrogativi su specifici comportamenti tenuti dai Monopoli in particolari occasioni», è riportato nella bozza del documento.</p>
<p>«Essi riguardano sia la fase di avvio delle reti telematiche e in particolare l’esito positivo dei collaudi allora condotti (sulle macchinette, ndr), subito dopo smentiti dall’esperienza applicativa, sia l’accelerato rilascio di nulla-osta di distribuzione per apparecchi nell’imminenza dell’entrata in vigore di una disciplina più stringente, sia infine l’omessa applicazione di sanzioni previste dalla legge e “l’invenzione” di regimi fiscali forfettari. A tali interrogativi i Monopoli dovrebbero essere chiamati a rispondere puntualmente».</p>
<p>Rivela ancora uno dei componenti della Commissione interpellato dal Secolo XIX: «I Monopoli hanno autorizzato persino macchinette apparentemente innocue, giochi di puro intrattenimento, senza scoprire che premendo un pulsante si trasformavano in slot-machine». Ancora: «L’applicazione di forfait ha permesso il dilagare di anomalie, perché la “cifra fissa” è assai più bassa di quella che potrebbe essere rilevata dalle macchine. Così in moltissimi casi sono state dichiarate avarie, guasti, difficoltà di collegamento dei modem solo per poter pagare di meno, con una perdita secca per lo Stato di miliardi di euro».</p>
<p>Critiche, quindi, al vertice dei Monopoli. Ma dalla relazione emergono anche accuse di corruzione nei confronti dei semplici funzionari chiamati a verificare il funzionamento delle macchinette: c’è stata «una retrodatazione delle autorizzazioni&#8230; tale anomala procedura avrebbe consentito ad almeno 28 aziende (alcune delle quali oggetto di indagini da parte della magistratura per presunti reati di corruzione nei confronti di dirigenti dei Monopoli) di eludere le disposizioni introdotte» successivamente dalla legge.</p>
<p>Le multe dimenticate</p>
<p>Nel paragrafo “Difetti di sistema riscontrati”, la commissione rincara la dose: «I Monopoli hanno sostanzialmente tollerato che l’impianto predisposto» per regolare il gioco e ottenere il pagamento delle imposte «non entrasse a regime per più di un anno, rinunciando a qualunque forma di sanzionamento che avrebbe dovuto essere attuata». E ancora: perché i Monopoli non hanno preteso il pagamento delle somme dovute? «Con riferimento ai debiti dei concessionari, le azioni poste in essere dai Monopoli per il recupero del credito sono state improntate, per motivazioni che andrebbero approfondite, su soluzioni gestionali (per esempio dilazioni) piuttosto che amministrativo-contrattuali (per esempio applicazione di penali, escussione delle fideiussioni prestate dai concessionari debitori, revoca della concessione), che alla commissione sembrano atti dovuti e obbligatori».</p>
<p>Il caso Atlantis</p>
<p>La relazione della Commissione spende molte parole per uno dei concessionari, la Atlantis World Group of Companies. È il 25 ottobre 2005 quando i Monopoli indirizzano una nota disponendo che «ogni apparecchio dotato di nulla-osta (cioè in regola, ndr) ma non collegato alla rete telematica dovrà obbligatoriamente essere collocato in un magazzino». Ma gli investigatori ipotizzano che proprio qui si siano verificate le più considerevoli anomalie. Proprio come quella del bar di Riposto, dove la Atlantis avrebbe stipato quasi 27 mila apparecchi.</p>
<p>L’inchiesta di Potenza</p>
<p>Ma a chi fa capo davvero Atlantis? Per ricostruirlo i finanzieri hanno utilizzato anche il risultato delle indagini della Procura di Potenza. È la stessa commissione che lo racconta: «Abbiamo tenuto conto dell’indagine avviata dalla magistratura di Potenza (quella, cioè, sul gioco d’azzardo che portò all’arresto del principe Vittorio Emanuele di Savoia, ndr) e degli elementi che questa ha fornito.</p>
<p>E abbiamo stabilito rapporti anche con il magistrato di Roma che ha ereditato per competenza il procedimento di Potenza contenente una lista di possibili imputati comprendenti il dottor Giorgio Tino (direttore dell’Agenzia dei Monopoli, ndr) e la dottoressa Anna Maria Barbarito (dirigente dei Monopoli , ndr)».</p>
<p>Il nome della società &#8211; come ha raccontato anche Marco Lillo sull’Espresso in un’inchiesta all’indomani dell’arresto di Vittoro Emanuele &#8211; emerge quando Henry Woodcock, pm di Potenza, convoca nel suo ufficio Amedeo Laboccetta, un esponente storico di An a Napoli, amico personale di Gianfranco Fini.</p>
<p>Laboccetta non si occupa, però, soltanto di politica, è anche il rappresentante in Italia di Atlantis, cioè della principale società concessionaria dei Monopoli per il controllo delle slot machine. Così i magistrati nel mare di intercettazioni che passa loro per le mani, ne trovano una in cui &#8211; nella primavera 2005 &#8211; Laboccetta parla con il segretario particolare di Gianfranco Fini, Francesco Proietti (eletto alla Camera nel 2006).</p>
<p>E il pm di Potenza, nella richiesta di arresto nei confronti di Vittorio Emanuele, accusa Proietti di aver effettuato una sorta di baratto con Giorgio Tino, il direttore dei Monopoli di Stato, proprio il soggetto che avrebbe l’obbligo di vigilare sui giochi d’azzardo. Proietti e i suoi amici di An, secondo la ricostruzione del magistrato, evitano la revoca della concessione per Atlantis World e in cambio sostengono la scelta di Tino al vertice dei Monopoli.</p>
<p>Il dirigente, nominato dall’ex ministro Giulio Tremonti, è stato riconfermato dal centrosinistra nonostante l’indagine di Potenza. Dalle telefonate si comprendono gli interessi in gioco: si parla di milioni di euro che i Monopoli dovrebbero incassare e che mancano all’appello. Atlantis è il leader del mercato, ma è in ritardo con il versamento della quota spettante allo Stato. E il rischio del ritiro della concessione avrebbe prodotto un danno di milioni di euro alla società guidata da Laboccetta, un’impresa con base alle Antille.</p>
<p>Tra i soci di maggior peso ci sarebbe Francesco Corallo, figlio del pregiudicato Gaetano, condannato per associazione a delinquere. «Don Gaetano &#8211; ricostruisce Marco Lillo &#8211; ha scontato la sua pena, ma negli anni Ottanta fu arrestato per la scalata ai casinò di Campione e Sanremo. In quella indagine emersero i rapporti di don Tano con il boss della mafia catanese Nitto Santapaola. Corallo junior non era indagato e oggi guida un impero che controlla tre casinò alle Antille».</p>
<p>E nell’isola di Saint Marteen, Fini e la moglie vanno in vacanza nel 2004. «Il presidente, come è noto, è amante della pesca subacquea», spiegano negli ambienti di An.</p>
<p>Un tesoro da 98 miliardi</p>
<p>La formula magica ha uno strano nome, Preu, che poi è l’acronimo di prelievo erariale unico. Di fatto, la tassa sui videopoker, che assegna allo Stato il 13,5 del giro d’affari. I Monopoli, spiega la commissione, invece di pretendere il pagamento dell’imposta prevista dalla legge, si accontentano di un forfait. Ma non basta. Per evitare trucchi le norme prevedevano multe salate, salatissime: 50 euro per ogni ora di mancata connessione alla rete Sogei. Le macchinette collegate, però, per molti mesi sono rimaste una piccola minoranza. Gli stessi Monopoli, in un passo della relazione, ammettono: «Nel 2004 c’erano 95.767 macchine autorizzate, ma nessuna collegata alla rete».</p>
<p>E la situazione non si è poi schiodata di molto. Almeno fino alla consegna della relazione della Commissione. Dopo le rivelazioni degli esperti, qualcuno ha finalmente pensato ad affrontare la questione. Gli uomini del Gat hanno provato a calcolare l’ammontare di tutte le sanzioni non riscosse. Poi a queste hanno aggiunto le imposte non pagate. Ne è venuta fuori una cifra talmente enorme che gli stessi finanzieri all’inizio stentavano a crederci: 98 miliardi di euro. Potevano essere nelle tasche degli italiani. Invece sono finite in parte alle concessionarie meno oneste, in parte alla mafia.</p>
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		<title>Sviluppo Parenti</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 12:23:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolinux</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Sviluppo Parenti»: tanto varrebbe chiamarla così, la società Sviluppo Italia. Almeno in Calabria, dove conta 34 assunti tra figli, fratelli e consanguinei. Di destra e di sinistra.
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>«Sviluppo Parenti»: tanto varrebbe chiamarla così, la società Sviluppo Italia. Almeno in Calabria, dove <span class="sommario">conta 34 assunti tra figli, fratelli e consanguinei. Di destra e di sinistra</span>.</p>
<p>Tra i dipendenti di quella che doveva essere una specie di nuova Iri «ma più moderna, agile ed efficiente» per rilanciare il Sud attirando investimenti esteri, figurano infatti decine di figli, cognati, sorelle, cugini e parenti vari di politici, sindacalisti, giudici. Assunti senza concorso, per chiamata diretta. E decisi a sostenere bellicosamente d&#8217;essere stati assunti per brillanti meriti professionali.</p>
<p>Un articolo di Gian Antonio Stella, sul <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/08_Agosto/04/stella.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> [04 agosto 2007]</p>
<p><span id="more-3"></span> Che la società, al di là della pomposità manageriale della «mission» dichiarata («L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa è impegnata nella ripresa di competitività del Paese, in particolare del Mezzogiorno») sia diventata un carrozzone non è una novità. Lo sostiene il Sole 24 Ore che ne ha chiesto la chiusura perché «sbaraccare sarebbe un segnale di svolta più forte di qualunque riforma annunciata». E lo ha ammesso perfino l’amministratore delegato Domenico Arcuri: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». Basti ricordare che, in attesa del drastico riordino annunciato, il gruppo è oggi un arcipelago di 181 società dotato di 492 amministratori, in larga parte legatissimi alla politica. Nelle sole «controllate» siedono 168 consiglieri di amministrazione, 93 sindaci e 78 membri degli organismi di vigilanza per un totale di 339 persone. Quanto ai dipendenti, sono 1.719, organizzati in maniera folle: il 63% negli «staff» e solo il 37% nelle «linee», da dove vengono i ricavi. Per non parlare delle gerarchie che, come ha scritto sul quotidiano economico Nicoletta Picchio riprendendo la denuncia dello stesso Arcuri, sono eccentriche: «Un dirigente governa due quadri, tutti e tre comandano 5 impiegati».<br />
C’è poi da stupirsi se, stando ai dati Luiss Lab, Sviluppo Italia ha attratto investimenti stranieri nel triennio 2003-2005 per un totale di 297 milioni di euro contro i 760 veicolati in un solo anno, nel 2005, dalla omologa di Dublino che potremmo chiamare «Sviluppo Irlanda»? Dentro un quadro come questo, che ha spinto i vertici a giurare su una svolta netta con una riduzione del personale degli «staff» dal 63 al 20 per cento, un taglio di 601 dipendenti e una radicale ristrutturazione delle strutture periferiche, la Calabria merita una messa a fuoco. Se la Sicilia ha due sedi a Palermo e Catania, la Puglia una più due «incubatori» e la Campania ancora una più due «incubatori», l’assai meno popolata Calabria ne ha cinque. Quattro sedi a Cosenza, Crotone, Reggio e Vibo Valentia più un «incubatore» a Catanzaro. Come mai? Tutto «merito», dicono affettuosi gli amici e critici gli avversari, di quello che è stato il patriarca calabrese della società: Francesco Samengo. La cui biografia merita qualche riga perché rappresenta plasticamente le contraddizioni della macchina pubblica. Venti anni fa venne infatti passato allo spiedo dagli ispettori mandati dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi a capire come diavolo avesse fatto la «Carical» (Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania), a lungo feudo della Democrazia cristiana e pilastro d’una politica spendacciona e clientelare, a inabissarsi in una voragine di mille miliardi di debiti. Saltò fuori di tutto.<br />
Mutui accordati per pagare assegni protestati. Altri accordati accendendo due o tre ipoteche sulla medesima casa. Conti in rosso da incubo tollerati in base a «una buona impressione soggettiva ». Fidi da tre miliardi di lire dati per «finanziamento campagna pesche e pomodori » a un tipo che assicurava (e nessuno controllò se fosse vero) che avrebbe avuto un contributo europeo. Prestiti astronomici concessi «in attesa incasso contributo della Regione Calabria» nonostante fosse stata accertata «l’inesistenza della contabilità interna» del cliente. Una gestione scellerata. Che sfociò in un tormentone processuale evaporato tra rinvii e assoluzioni, rinvii e prescrizioni. E in una causa civile, con richiesta di danni per 80 milioni di euro, contro vari amministratori tra i quali appunto Samengo. Allora ras della banca a Cassano Jonico. Dove una casalinga (Angelina Lione) era arrivata ad avere un mutuo dando in garanzia «costruzioni abusive» e a ottenere finanziamenti vari, secondo Bankitalia, «denunciando un patrimonio netto di 4,3 miliardi esistente solo nella sua mente». Altri, in Paesi seri, sarebbero stati spazzati via. Samengo no. E dopo qualche anno di apnea, grazie all’appoggio dell’Udc («io non ne so niente di niente», giurò Giulio Tremonti) si ritrovò nel 2002 promosso ai vertici nazionali di Sviluppo Italia da quello stesso Stato che da lui avanzava i soldi della Carical. Bene.<br />
Ricostruito il quadro, il giornale La Provincia Cosentina ha sparato nei giorni scorsi a tutta pagina un’inchiesta di Gabriele Carchidi. Con un elenco di 34 «assunzioni clientelari riconducibili ai politici di destra e sinistra, uomini di legge e dirigenti ». Figli, nipoti, cognati, cugini&#8230; Ed ecco Nerina Pujia, figlia del potente ex parlamentare della Dc Carmelo. Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale diessino Enzo. Cecilia Rhodio, figlia dell’ex presidente regionale democristiano Guido. Paola Santelli, sorella dell’ex sottosegretario alla Giustizia e oggi deputata azzurra Jole. Marco Aloise, candidato sindaco per An a Paola nel 2003. Luigi Camo, figlio dell’ex senatore ulivista Geppino, oggi presidente della Sorical. Giovanna Campanaro, nipote dell’ex deputata democristiana e oggi «loierista» Annamaria Nucci (ora assessore comunale a Cosenza) e dell’ex assessore regionale Giampaolo Chiappetta.<br />
E poi ancora Andrea Costabile, nipote dell’ex assessore regionale e attuale senatore Udc Gino Trematerra. Ed Emilio De Bartolo, assessore comunale diessino di Rende, figlio dell’ex assessore ed ex preside della Facoltà di Economia all’Unical Giuseppe. E Giada Fedele, moglie del casiniano vicepresidente del Consiglio regionale Roberto Occhiuto. E Sandro Mazzuca, assunto con la moglie Fausta D’Ambrosio per la felicità dello zio acquisito Pino Gentile, consigliere regionale azzurro. E Antonio Mingrone, nipote dell’ex deputato forzista G. Battista Caligiuri. EGiovanna Perfetti, figlia dell’ex consigliere regionale buttiglioniano Pasqualino. E via così. Qualcuno, seccato, s’è precipitato a precisare. Paola Santelli assicura che l’assunzione è precedente all’elezione della sorella Jole in Parlamento. Il senatore mussiano Nuccio Iovene che suo fratello Daniele lavorava da anni «alla Società per l’imprenditoria giovanile» assorbita da Sviluppo Italia. Altri hanno fatto spallucce. Macché scandalo, così fan tutti&#8230;</p>
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